V E R
S O V I A R E G G I O
Questo
lavoro fa parte di una serie che questo interessante fotografo ha
realizzato nel 2000 a Viareggio. In un arco di tempo molto ristretto
egli ha cercato di fissare sulla pellicola frammenti sparsi di una
sorta di archivio della memoria, un diario di viaggio nel paesaggio
settembrino della Versilia.
INTERVISTA
a cura
della redazione del sito Museo
della Fotografia (MUFO)
Quale
tipo di fotografia ritieni possa essere la "musa" ispiratrice del
tuo lavoro?
Una fotografia
che sia traccia, diario, dell'esperienza di "stare al mondo". Un modo
di vivere, di conoscere e di rinnovare lo stupore per le cose e le
situazioni che "ci incontrano" nei quotidiani spostamenti esistenziali.
Non mi interessa l'esperienza estetica se non è collegata a questi
motivi forti. Così come non sono interessato ad aggiungere nuove forme
all'ormai sterminato bagaglio di quelle già conosciute dalla cultura
occidentale.
Come
giudichi il panorama attuale della fotografia italiana?
Per quel
che mi è dato osservare, lo ritengo variegato e interessante. Sempre
nuove generazioni di artisti hanno assunto il mezzo fotografico all'interno
del loro lavoro e questo ha portato a risultati che mi pare stiano
allargando l'area di consapevolezza sulla necessità di spostare l'accento
dal mezzo in sé all'operazione per cui è impiegato. Io stesso,
nel momento in cui non ritenessi più la fotografia adeguata ai miei
progetti, non avrei difficoltà ad abbandonarla.
Quali
sono gli autori contemporanei che ti interessano e per quali motivi?
In linea
di massima sono attratto dai fotografi di luoghi e cose, più che da
coloro che lavorano con le persone, sempre con le dovute eccezioni.
Storicamente, seguo una linea che da Eugène
Atget, passa per Walker
Evans, Joel
Meyerowitz e arriva a Luigi
Ghirri, mio riferimento imprescindibile. Atget mi rivela la
grande forza di un progetto esistenziale legato ad un luogo, nel suo
caso Parigi. Evans mi educa all'osservazione attenta, ironica, dei
mutamenti di senso, specialmente in ambiente urbano. Il Joel Meyerowitz
di "Cape Light", per me un capolavoro assoluto della "fotografia del
territorio", esprime tutta la capacità di seduzione del colore e lo
straniamento che può provocare sugli ambienti messi in scena. Di Ghirri,
mi impressiona profondamente l'impostazione concettuale che risolve
la forma rendendola "necessaria". Il rigore del suo sguardo minimale
arriva ad una sospensione di giudizio che trovo estremamente fertile.
Prima di arrivare alla lezione di Ghirri, fui attratto dalle soluzioni
formali e pittoriche del Franco
Fontana di "Paesaggi urbani" e "Presenzassenza". Oggi guardo
con molto interesse a fotografi "di luoghi" come Thomas
Struth, Gabriele
Basilico,
Olivo
Barbieri
e altri. In questi autori trovo indicazioni utili sul rapporto tra
la propria sensibilità e l'esperienza che si può fare di un luogo,
prima mentale che reale. Infine seguo con attenzione gli artisti che
usano la fotografia nei loro progetti, perché, anche nella distanza
di poetiche, trovo sempre importanti elementi di riflessione e crescita
autocritica. In questo senso, ho forti debiti con l'amico Enzo
Obiso, il cui rigore progettuale sta trovando riscontro nel
recente riconoscimento giuntogli dall'acquisizione della Galleria
d'Arte Moderna di Torino di 40 fotografie per la collezione permanente.
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