[ 1 1
+ 1 ] R I T R A T T I
Ho guardato
i ritratti fatti da Fulvio.
Apprezzo
particolarmente, la scelta della figura intera, piantata al centro,
come un totem, la distanza costante dalle persone, che più della resa
cromatica dà un senso unitario alla serie. La distanza, sì,
la distanza è importante, troppo vicino e la macchina diventa una
pistola, troppo lontano e il rapporto tra il fotografo ed il soggetto
si spezza. La distanza scelta crea una tensione positiva, Fulvio resta
quasi ai margini dell'azione ed il soggetto diventa il padrone del
campo: "Ti faccio una foto! È un gioco!" Perché la
fotografia può essere anche un gioco; il gioco del mostrarsi e del
vedersi.
L'atteggiamento
che ogni persona ha assunto parla in qualche modo del carattere. Così
escono persone timide, imbarazzate, sicure, ma tutte si sono mostrate
per come sono, o forse è meglio dire, per come si percepiscono. Ed
il gioco è tutto qui, nel notare la differenza, nel farsi sorprendere
dalla differenza. Guardare un proprio ritratto è come ascoltare la
propria voce registrata; non la si riconosce, abituati come siamo
ad ascoltare il rimbombo della nostra scatola cranica. Guardare un
proprio ritratto vuol dire vedersi come ci guardano gli altri. No!
Ci si guarda per quello che si è. Come per la voce, il risultato è
diretto, senza filtri, se il fotografo non ci corregge la postura,
l'espressione, la posizione. Ed è quello che ha fatto Fulvio, o meglio,
quello che non ha fatto; ha lasciato che ognuno si rappresentasse
liberamente, per come si percepisce.
Cosi Cristina,
nasconde le mani, rilassa una gamba, sorride e guarda incuriosita
in macchina. Rossella
si arrende, sembra chiedere che il click non faccia troppo
male, che Fulvio sia buono con lei. E poi ancora Fabrizio...
Fabrizio è sicuro ma cerca un appoggio, tiene stretta la macchina
e porta una mano al fianco. Fabrizio si mostra come un pavone mostra
la coda allargandola. Fabrizio non è un pavone, ma visto che si deve
mostrare, ne assume le caratteristiche. La fotografia è anche un gioco,
allora giochiamo.
E poi
gli altri.
Federica
sorride con le mani in tasca e sceglie un luogo vuoto, Fabrizio
(un altro Fabrizio) è sicuro di sé, una mano in tasca ed una
dietro la schiena, forse ha la camera in mano, ma non vuole mostrarla.
Non servono sovrastrutture a Fabrizio, si basta. Altri invece giocano
con gli oggetti, con le cose, usano il cavalletto, come Sole,
che si finge intenta a scattare, ma sorride, perché la fotografia
è un gioco, e a volte è anche una piccola bugia. Lo stesso fa Cecilia.
Luca
invece è divertito. Con la sua borsa a tracolla, Luca già sta guardando
la foto che sarà. Silvio
pianta il cavalletto a terra come Colombo piantò la bandiera nel suolo
della non ancora America. Silvio si sente esploratore, se non
lo è, lo sarà. Alissa
vorrebbe essere diretta, Alissa non sa come mostrarsi, ma ne ha voglia,
perché la fotografia è un gioco e lei ha voglia di giocare, allora
forse chiede se è nella posizione giusta, Alissa sceglie di mettersi
davanti a quello che pare essere un ottovolante, insieme divertente
e spaventevole. Silvia
è serena, nell'espressione del viso, nei colori dei vestiti, nella
postura delle braccia e nel luogo che ha scelto come sfondo. Quegli
alberi, il laghetto alle spalle, saranno per sempre la sua abitazione
nella foto.
La fotografia
è un gioco e anche Fulvio
gioca, gioca a trasformarsi in un totem, lontano quasi inarrivabile,
perché Fulvio è un punto esclamativo, è ed ha la certezza. Ma anche
se manca la presenza fisica di Fulvio, lo si riconosce, non per quello
che carnalmente è, ma per quello che esprime con le sue fotografie,
così i suoi punti esclamativi, diventano interrogativi per noi, ma
un poco anche per lui.
La fotografia
di ritratto a volte può essere un gioco, e queste dodici persone hanno
giocato divertendosi. Martin
Parr fece un lavoro simile per certi versi, anche se lo scopo
finale era più articolato. Riprese delle persone in una piazza che
credo sia di Londra, persone comuni, rappresentate solo dal loro aspetto
casuale e dalle loro espressioni. Quello che mi colpì fu che queste
persone, non erano per così dire "singoli passanti", ma elementi di
una coppia, tanto è vero che la serie proseguiva con la fotografia
delle varie coppie.
Nelle
foto di Fulvio, ritrovo in pieno le espressioni e le posture di quel
lavoro; ritrovo l'aspetto ludico del farsi ritrarre. Perché la fotografia
può essere anche un gioco.
Davide
Coppaloni
(Testo
inviatomi dall'autore l'11 novembre 2007) |