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guardato i ritratti fatti da Fulvio. Apprezzo
particolarmente, la scelta della figura intera, piantata al centro, come un totem,
la distanza costante dalle persone, che più della resa cromatica dà un
senso unitario alla serie. La distanza, sì, la distanza è importante, troppo
vicino e la macchina diventa una pistola, troppo lontano e il rapporto tra il
fotografo ed il soggetto si spezza. La distanza scelta crea una tensione positiva,
Fulvio resta quasi ai margini dell'azione ed il soggetto diventa il padrone del
campo: "Ti faccio una foto! È un gioco!" Perché la fotografia
può essere anche un gioco; il gioco del mostrarsi e del vedersi.
L'atteggiamento che
ogni persona ha assunto parla in qualche modo del carattere. Così escono persone
timide, imbarazzate, sicure, ma tutte si sono mostrate per come sono, o forse
è meglio dire, per come si percepiscono. Ed il gioco è tutto qui, nel notare la
differenza, nel farsi sorprendere dalla differenza. Guardare un proprio ritratto
è come ascoltare la propria voce registrata; non la si riconosce, abituati come
siamo ad ascoltare il rimbombo della nostra scatola cranica. Guardare un proprio
ritratto vuol dire vedersi come ci guardano gli altri. No! Ci si guarda per quello
che si è. Come per la voce, il risultato è diretto, senza filtri, se il fotografo
non ci corregge la postura, l'espressione, la posizione. Ed è quello che ha fatto
Fulvio, o meglio, quello che non ha fatto; ha lasciato che ognuno si rappresentasse
liberamente, per come si percepisce. Cosi
Cristina,
nasconde le mani, rilassa una gamba, sorride e guarda incuriosita in macchina.
Rossella
si arrende, sembra chiedere che il click non faccia troppo male, che Fulvio
sia buono con lei. E poi ancora Fabrizio...
Fabrizio è sicuro ma cerca un appoggio, tiene stretta la macchina e porta una
mano al fianco. Fabrizio si mostra come un pavone mostra la coda allargandola.
Fabrizio non è un pavone, ma visto che si deve mostrare, ne assume le caratteristiche.
La fotografia è anche un gioco, allora giochiamo.
E poi gli altri. Federica
sorride con le mani in tasca e sceglie un luogo vuoto, Fabrizio
(un altro Fabrizio) è sicuro di sé, una mano in tasca ed una dietro la
schiena, forse ha la camera in mano, ma non vuole mostrarla. Non servono sovrastrutture
a Fabrizio, si basta. Altri invece giocano con gli oggetti, con le cose, usano
il cavalletto, come Sole,
che si finge intenta a scattare, ma sorride, perché la fotografia è un gioco,
e a volte è anche una piccola bugia. Lo stesso fa Cecilia.
Luca invece
è divertito. Con la sua borsa a tracolla, Luca già sta guardando la foto che sarà.
Silvio pianta
il cavalletto a terra come Colombo piantò la bandiera nel suolo della non ancora
America. Silvio si sente esploratore, se non lo è, lo sarà. Alissa
vorrebbe essere diretta, Alissa non sa come mostrarsi, ma ne ha voglia, perché
la fotografia è un gioco e lei ha voglia di giocare, allora forse chiede se è
nella posizione giusta, Alissa sceglie di mettersi davanti a quello che pare essere
un ottovolante, insieme divertente e spaventevole. Silvia
è serena, nell'espressione del viso, nei colori dei vestiti, nella postura delle
braccia e nel luogo che ha scelto come sfondo. Quegli alberi, il laghetto alle
spalle, saranno per sempre la sua abitazione nella foto.
La fotografia è un gioco e anche Fulvio
gioca, gioca a trasformarsi in un totem, lontano quasi inarrivabile, perché Fulvio
è un punto esclamativo, è ed ha la certezza. Ma anche se manca la presenza fisica
di Fulvio, lo si riconosce, non per quello che carnalmente è, ma per quello che
esprime con le sue fotografie, così i suoi punti esclamativi, diventano interrogativi
per noi, ma un poco anche per lui.
La
fotografia di ritratto a volte può essere un gioco, e queste dodici persone hanno
giocato divertendosi. Martin
Parr fece un lavoro simile per certi versi, anche se lo scopo finale era
più articolato. Riprese delle persone in una piazza che credo sia di Londra, persone
comuni, rappresentate solo dal loro aspetto casuale e dalle loro espressioni.
Quello che mi colpì fu che queste persone, non erano per così dire "singoli passanti",
ma elementi di una coppia, tanto è vero che la serie proseguiva con la fotografia
delle varie coppie. Nelle
foto di Fulvio, ritrovo in pieno le espressioni e le posture di quel lavoro; ritrovo
l'aspetto ludico del farsi ritrarre. Perché la fotografia può essere anche un
gioco.
Davide
Coppaloni (Testo
inviatomi dall'autore l'11 novembre 2007) |