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Spina Centrale,  Torino (Italy), 27 febbraio 2007


L A  F O T O G R A F I A  C O M E  F I A B A

Il paesaggio era molto diverso dal nostro. In agglomerati di abitazioni chiamati città vivevano milioni di uomini dentro case altissime e uguali. Nell’era detta del Vecchio con la Caffettiera (dal nome del più antico reperto trovato) risulta che esse fossero più densamente abitate nelle zone dell’anello esterno, le cosidette periferie. Frammenti di un libro dell’epoca così descrivono queste grandi costruzioni: «Se le si osserva con attenzione, c’è in ognuna di esse una riga sottile che le percorre. Un presagio di quello che sarà. Di come la maceria si ritaglierà».
STEFANO BENNI, Comici spaventati guerrieri.


Nella narrazione la difficoltà maggiore dipende dal fatto che la finalità del processo comunicativo è quella di trasferire all’interlocutore un concetto di cui esso non è ancora cosciente: la novità (o novella). Occorre inoltre considerare che la presa di coscienza della novità avviene nell’immaginario del soggetto ricevente e che il narratore non può fare altro che innescare questo processo stimolandolo. I tasselli che il ricevente assembla nel proprio immaginario, devono essergli noti, tocca quindi al narratore tutto lo sforzo di adeguamento del codice.

Come avviene per ogni altro linguaggio, per applicare i meccanismi della narrazione alla fotografia è necessario fare riferimento all’archetipo narrativo: LA FIABA.

Volendo raccontare una fiaba a un bambino risulta indispensabile catturare la sua attenzione e convincerlo ad ascoltare. Nel caso della fotografia è necessario (...) spingere l’interlocutore ad "esplorare" l’immagine.

Inconsueti punti di osservazione e irrealtà di prospettive, forme e colori (lo stesso bianco e nero si può considerare una visione irreale del colore) si prestano a questo scopo richiamando l’ambientazione fiabesca, la cui la palese irrealtà stimola la fantasia coinvolgendo l’ascoltatore nella narrazione. Un processo simile a quello del mistico che con l’estasi indotta dal rito si prepara alla rivelazione. La novità (o, se si vuole, la morale della favola) è debitamente nascosta e viene rivelata nel momento di massima eccitazione della fantasia; essa quindi, nella composizione fotografica non è mai evidentemente in primo piano ma obbliga ad un lavoro di ricerca perché alla sua scoperta si accompagni il piacere della conquista.

Altro elemento di fondamentale importanza nella fiaba è il disassamento fra storia e racconto, ovvero la sua atemporalità. Il "C’era una volta…" fa iniziare il racconto aprendo una finestra su una storia che risulta già essere iniziata; la formula di chiusura, " …e vissero tutti felici e contenti.", fa terminare il racconto lasciando la sensazione che la storia continui all’infinito. Se questo non accadesse la morale rivelata avrebbe senso solo nel tempo del racconto (il solo lupo cattivo sarebbe quello casualmente incontrato da Cappuccetto Rosso) e perderebbe la sua valenza di Verità assoluta nella storia.

Tutti questi elementi sono presenti nel lavoro di Fulvio Bortolozzo. Il fascino dei colori, che rendono della realtà una visione onirica, luci che non permettono di distinguere fra notte e giorno e il vagare senza meta di linee di fuga che escono dall’inquadratura senza mai incontrare un soggetto, rivelano, nell’urbanizzazione raccontata, una verità fatta di spazio sottratto con violenza alla natura sulle cui profonde ferite, come un’infezione micotica, crescono gli edifici.

Roberto Chiarelli



Testo estratto dall'inedito "Considerazioni sull'arte fotografica in seguito al workshop con Bruna Biamino sulla fotografia dello spazio urbano", Torino, 2007.

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