L A
F O T O G R A F I A
C O M E F I A B A
Il
paesaggio era molto diverso dal nostro. In agglomerati di abitazioni
chiamati città vivevano milioni di uomini dentro case altissime e
uguali. Nell’era detta del Vecchio con la Caffettiera (dal
nome del più antico reperto trovato) risulta che esse fossero più
densamente abitate nelle zone dell’anello esterno, le cosidette periferie.
Frammenti di un libro dell’epoca così descrivono queste grandi costruzioni:
«Se le si osserva con attenzione, c’è in ognuna di esse una
riga sottile che le percorre. Un presagio di quello che sarà. Di come
la maceria si ritaglierà».
STEFANO
BENNI, Comici spaventati guerrieri.
Nella
narrazione la difficoltà maggiore dipende dal fatto che la finalità
del processo comunicativo è quella di trasferire all’interlocutore
un concetto di cui esso non è ancora cosciente: la novità (o
novella). Occorre inoltre considerare che la presa di coscienza
della novità avviene nell’immaginario del soggetto ricevente e che
il narratore non può fare altro che innescare questo processo stimolandolo.
I tasselli che il ricevente assembla nel proprio immaginario, devono
essergli noti, tocca quindi al narratore tutto lo sforzo di adeguamento
del codice.
Come avviene
per ogni altro linguaggio, per applicare i meccanismi della narrazione
alla fotografia è necessario fare riferimento all’archetipo narrativo:
LA FIABA.
Volendo
raccontare una fiaba a un bambino risulta indispensabile catturare
la sua attenzione e convincerlo ad ascoltare. Nel caso della fotografia
è necessario (...) spingere l’interlocutore ad "esplorare"
l’immagine.
Inconsueti
punti di osservazione e irrealtà di prospettive, forme e colori (lo
stesso bianco e nero si può considerare una visione irreale del colore)
si prestano a questo scopo richiamando l’ambientazione fiabesca, la
cui la palese irrealtà stimola la fantasia coinvolgendo l’ascoltatore
nella narrazione. Un processo simile a quello del mistico che con
l’estasi indotta dal rito si prepara alla rivelazione. La novità (o,
se si vuole, la morale della favola) è debitamente nascosta
e viene rivelata nel momento di massima eccitazione della fantasia;
essa quindi, nella composizione fotografica non è mai evidentemente
in primo piano ma obbliga ad un lavoro di ricerca perché alla sua
scoperta si accompagni il piacere della conquista.
Altro
elemento di fondamentale importanza nella fiaba è il disassamento
fra storia e racconto, ovvero la sua atemporalità. Il
"C’era una volta…" fa iniziare il racconto aprendo una finestra
su una storia che risulta già essere iniziata; la formula di chiusura,
" …e vissero tutti felici e contenti.", fa terminare il
racconto lasciando la sensazione che la storia continui all’infinito.
Se questo non accadesse la morale rivelata avrebbe senso solo nel
tempo del racconto (il solo lupo cattivo sarebbe quello casualmente
incontrato da Cappuccetto Rosso) e perderebbe la sua valenza di Verità
assoluta nella storia.
Tutti
questi elementi sono presenti nel lavoro di Fulvio Bortolozzo. Il
fascino dei colori, che rendono della realtà una visione onirica,
luci che non permettono di distinguere fra notte e giorno e il vagare
senza meta di linee di fuga che escono dall’inquadratura senza mai
incontrare un soggetto, rivelano, nell’urbanizzazione raccontata,
una verità fatta di spazio sottratto con violenza alla natura sulle
cui profonde ferite, come un’infezione micotica, crescono gli edifici.
Roberto
Chiarelli
Testo
estratto dall'inedito "Considerazioni sull'arte fotografica
in seguito al workshop con Bruna Biamino sulla fotografia dello spazio
urbano", Torino, 2007. |