O L I
M P I A
Olimpia
è utopia allo stato puro.
Olimpia
è letteralmente utopia, nel senso di non-luogo.
È, a voler
essere più precisi, un luogo che ha un senso solo in un dato momento,
sospeso tra due lunghi intervalli uguali, prima e dopo.
È un luogo
che si "costruisce" per esistere, che si costruisce dal nulla o quasi,
per esistere un breve lasso di tempo.
È un luogo
che esiste e si popola solo in quel momento, per poi risprofondare
nel nulla, nella non-esistenza.
Ed è un
luogo, una città, che non ha popolo se non in quel momento preciso,
di una durata precisa.
E, quando
si popola, ha un popolo scelto ed individuato da regole precise, che
si riassumono alla fine in un unico precetto: sono il "meglio" universale
messo a confronto per raggiungere ulteriori livelli di eccellenza.
[Permettete un inciso. Ci starebbe un bel po' di
pregiudizio "razziale" o di "eugenetica" in questo assunto, non fosse
che, storicamente, nel 1936, a Berlino, sotto il naso e i relativi
baffetti del predicatore primo della superiorità della razza ariana,
un per nulla "bovero negro" (o "bongo bongo" come direbbe oggi uno
dei nostri più illuminati politici), mise sotto nelle tre gare principi
dell'atletica i bei fighetti biondi dagli occhi cerulei. Fine dell'inciso.]
Ma di nuovo c'è una regola, un precetto, che supera
e trascende quello precedente e che supera e trascende la lotta per
l'eccellenza, e afferma che l'importante non è vincere ma "partecipare".
"Esserci" è la vittoria, "esserci" è il senso.
Quindi, tirando le fila, se tirar le fila si può: «
Olimpia è un non luogo, con una costante temporale, in cui
non conta quel che si fa ma è fondamentale esserci ».
La fantastica ironia inconsapevole della logica umana è sempre un
fenomeno bizzarro e sorprendente.
Comunque, il nostro Fulvio Bortolozzo, astuto e ben
consapevole della stolidezza dell'umano pensiero, non si fa cogliere
dalla fregola di documentare l'evento, la gara, la meglio gioventù
che gioiosamente s'affronta per il piacere di farlo ("alla faccia
del bicarbonato di sodio", direbbe il principe De Curtis, con l'approvazione
di Bortolozzo e mia). Chi se ne frega, diciamolo pure in modo poco
elegante, di "chi batte chi" sotto il fuoco di Olimpia. Il bello,
per l'occhio di chi sa vedere, è il "farsi" di questa città che da
virtuale diventa virtuosa (per definizione), questa città che si costruisce
e si inventa, dandosi una dimensione per antonomasia "titanica", in
quanto teatro e proscenio di gesta e imprese ai limiti dell'umana
possanza.
E qui, nel "farsi", si coglie già da prima la grandezza
epica dell'evento, qui si colgono forze (davvero) titaniche in atto.
Qui sorge tra la terra e il cielo la città che non esiste.
E Bortolozzo con occhio acuto ci rivela scenari tra
fantascienza e barbarie, con la città che nasce dalle sue interiora,
tra cumuli terrosi e squarci di luminosità luciferina, con la presenza
costante, vigile, incombente di lunghe braccia di metallo, protesi
di un corpo meccanico invisibile che è l'attore nascosto di questa
fantasmagoria architettonica. E il lavoro di questi operatori invisibili
è visibile solo nelle tenebre profonde della notte, illuminate come
per miracolo o perché il miracolo si compia. Ed il gusto sublime dell'inquadratura
arrischiata e il taglio inconsueto della visione azzardata e voluta,
sono tutti indirizzati alla glorificazione della nascita della nuova
"creatura".
Virgilio, allo stesso modo, cantava la creazione della
progenie romana: « Tantae molis erat Romanam condere gentem
» [di sì gran peso era fondare la stirpe romana]. Anche
lui, come il nostro moderno cantore, poneva l'accento sullo sforzo,
la fatica sovrumana, la lotta contro il destino e il tempo (nulla
meno fu il faticoso avvicinarsi di Enea alle coste italiane, presupposto
della futura civiltà), per la costruzione del sogno. Qui, poi, il
sogno è effimero, ma si spera che il gesto titanico (o più prosaicamente,
l'architettura) resti.
Bruno
Boveri
Testo
scritto per la presentazione della mostra OLIMPIA
alla Libreria Agorà di Torino (6 marzo -
28 aprile 2007) |