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INTERVISTA A FULVIO BORTOLOZZO

La fotografia contemporanea di territorio e architettura rappresenta un mezzo di analisi del territorio e quali sono i suoi ambiti principali di applicazione e quelli nei quali essa non può intervenire?

Incomincerei col sottolineare l'uso dell'aggettivo contemporaneo riferito alla fotografia. Infatti la fotografia moderna, quella inaugurata all'inizio del Novecento dall'operato di grandi personaggi come l'americano Alfred Stieglitz, è ormai un'esperienza del passato.

Un altro aspetto su cui soffermarsi è quando dici che la fotografia può analizzare il territorio. Riguardo a questo argomento, proprio in questi anni, proprio adesso mentre stiamo parlando, diversi critici e alcuni autori cominciano ad avere delle difficoltà ad immaginare che un'analisi del territorio sia veramente possibile con il solo ausilio del mezzo fotografico. Quindi è una domanda che contiene in sé delle premesse che non sono più così solide come potevano sembrare solo qualche anno fa. Ad esempio, l'esperienza che è stata, ed è ancora, di Gabriele Basilico, per dire un nome rappresentativo di questa tendenza, è una modalità di fotografare che oggigiorno in Italia non viene più tanto presa in considerazione come riferimento da diversi autori più giovani o con una differente formazione.

Questo forse capita perché è accaduto un fatto nuovo: l'ambiente dell'arte contemporanea italiana ha iniziato a trarre le sue conclusioni sulle implicazioni relative al "fotografico" di quella che fu la grande lezione novecentesca di Marcel Duchamp. È curiosamente successo una sorta di capovolgimento concettuale dei fronti in favore della pratica fotografica.

All'inizio del Novecento opera la figura di Stieglitz che combatte per veder riconosciuta una specificità artistica, all'epoca negata, al fatto di fotografare. In questo modo fornisce l'incipit alla nascita di un linguaggio, di una cultura che troverà importanti autori e che si svilupperà per tutto il secolo difendendo una specificità e un linguaggio precisi con l'assoluta fiducia che esista una sorta di relazione privilegiata tra la fotografia e la realtà. In altre parole, la fotografia viene ad essere uno strumento utile per fare dei discorsi sulla realtà perché è talmente appoggiata sulla stessa da sembrare impossibile fare diversamente.

Paradossalmente, sempre all'inizio del Novecento quindi quasi insieme alla migliore azione culturale di Stieglitz (ironia della sorte: Stieglitz fu anche il primo gallerista americano che espose opere di Duchamp), prende l'avvio la rivoluzione duchampiana che avrà conseguenze fondamentali per l'arte contemporanea attuale. È il rifiuto dell'approccio che Duchamp stesso definiva con il termine "retinico"; sosteneva cioè che l'esperienza dell'arte non per forza deve possedere un rapporto diretto con l'esperienza dell'occhio. Al contrario, sostanzialmente, è un'esperienza concettuale. L'arte, non importa con quali metodi venga perseguita, è un ambito operativo nel quale chi la pratica, chi la fa, cerca di mettere in movimento il cervello altrui e, a questo punto, ogni mezzo diventa lecito.

Uno dei mezzi che Duchamp individua come più fertili consiste nel prelevamento (ready made) direttamente dall'esperienza quotidiana di ciò che serve all'artista per costruire dei meccanismi di riflessione. Questo atteggiamento è profondamente vicino a quello del fotografo, nel senso che questi sostanzialmente effettua anch'esso dei prelievi dall'esperienza quotidiana con la differenza che non si tratta di prelievi reali. Se Duchamp prende la ruota di bicicletta e la porta fisicamente in galleria, il fotografo, al posto di prendere un pezzo di palazzo o una persona per portarlo in galleria, prende una fotografia dello stesso.

In generale si può quindi affermare che sostanzialmente tutta l'arte contemporanea inizia ad avere un atteggiamento di tipo fotografico. Curiosamente è a questo punto che si scatena un'altra difficoltà: l'arte per sua essenza è falsa, non ha nulla a che fare con la verità, ma è un'operazione strettamente culturale che utilizza la falsificazione verosimile per fare dei discorsi. Questo ha provocato, da parte essenzialmente di filosofi. semiologi e di un certo numero di autori e operatori del settore, una perdita di fiducia nel fatto che la fotografia possa davvero essere uno strumento adatto per avvicinarsi a qualche cosa di sostanzialmente simile, o addirittura identico, alla realtà. Essi si limitano ad affermare che la fotografia costruisce delle situazioni verosimili, il che è un discorso ben diverso.

In questa situazione usare uno strumento come la fotografia per analizzare il territorio porta su una falsa pista, quasi come farsi raccontare una storia da un bugiardo. Nella storia, certamente, ci sono degli elementi di verità perché il bugiardo la renderà verosimile, però dare completamente fiducia a quella narrazione è una follia. Si sa infatti che chi la racconta è un bugiardo e la questione rischia quindi di diventare un tremendo gioco di specchi.

Di fronte alla domanda se la fotografia possa essere uno strumento di analisi bisogna quindi essere cauti. Probabilmente la fotografia è utile a patto che venga usata con criteri precisi. Infatti, fin dalla sua nascita, la fotografia presenta una costituzione che la rende anche strumento scientifico. In certi campi, molto limitati e molto ristretti, dà delle tracce affidabili: pensiamo all'astrofisica o alle analisi di laboratorio al microscopio e ai Raggi X. Tutti campi d'impiego dove la fotografia fornisce informazioni che, opportunamente interpretate — perché anche le lastre ai Raggi X vanno comunque lette —, sono affidabili. In ambito più generale la faccenda si complica perché i vincoli e i limiti che rendono utile la fotografia in campo scientifico non sono altrettanto efficacemente applicabili nello spazio urbano, negli avvenimenti e con le persone.

Il problema che si pone a questo punto è che la fotografia dà sempre dei risultati depistanti: cioè è una sorta di strana estrapolazione dell'esperienza diretta che facciamo nella nostra vita che ha caratteri seducenti, e di grande somiglianza, ma comunque sempre differenti dalla vita stessa. La grande somiglianza tende, per esempio, a far volentieri credere che ciò che si vede in fotografia sia ciò che si sarebbe esperito stando lì, ma ciò non è vero. A questo punto, per tornare sul discorso dell'architettura, o comunque dell'urbanistica, si può dire che l'affidarsi allo strumento fotografico per compiere un'analisi di un fatto urbanistico presenta dei pericoli notevoli e probabilmente non porterà, se si ha troppa fiducia nel mezzo, ai risultati sperati. È forse meglio fare un passo indietro e non considerarlo uno strumento di analisi, ma piuttosto una sorta di registrazione interpretata di un'esperienza derivante dal contatto col posto. Vissuta in questo modo, la fotografia di territorio non può sostituirsi all'esperienza urbanistica diretta, cioè all'andare sul posto, ma può fornire dei contributi, delle tracce che aiutano ad avvicinarsi al luogo stesso soprattutto nel caso che si sia già effettuato un sopralluogo o si abbia esperienza diretta di uno spazio simile.

Lo stesso Basilico sta cercando, negli ultimi anni, di dare questo taglio più prudente alle sue ricerche. In questo senso la fotografia tende a somigliare alla letteratura. Chiaramente se si legge il Moby Dick e non si è mai stati per mare, su una nave a vela o a caccia di balene probabilmente non si capisce il 90% di quello che si sta leggendo. Se invece si è stati su una baleniera o si sono fatte delle esperienze simili, si capisce molto di più.

Personalmente sono meno pessimista di tutti coloro che si occupano di questo argomento per un motivo semplice: la fotografia è probabilmente per ora l'unico strumento possibile per prolungare l'esperienza. Sostanzialmente chiunque di noi quando fa una foto ricordo, al figlio che cresce, alla fidanzata, al tramonto che ha visto o ad una bella situazione, compie un'operazione di prolungamento dell'esperienza. Si è consapevoli che l'esperienza è fuggevole e, non a caso, si sprecano le foto di bambini piccoli perché la crescita è talmente evidente che, se non li si fotografa ogni settimana, si perdono dei momenti "irripetibili". La fotografia è quindi un valido strumento se si tenta di portare con sé consapevolmente un'immagine che aiuti a creare una sorta di cortocircuito mentale tra il ricordo e il fatto che è avvenuto. In questo senso è utile. È utile se si è prudenti fino a questo punto e si va a fotografare con questa consapevolezza. In caso contrario si creano delle pretese e delle speranze che la fotografia, come detto fino ad ora, non può soddisfare.

L'ultima parte della domanda è riferita agli ambiti di applicazione della fotografia di territorio. È ovvio che per compiere un'indagine territoriale ci si avvarrà di un'analisi statistica e di una ricerca sociologica sul luogo; però, prima di queste, ci vogliono una serie di preanalisi, una sorta di introduzione al territorio data da un'esperienza personale dello stesso. Questa avviene sia camminando dentro lo spazio in questione, sia leggendo criticamente le mappe, creando dei percorsi primari, realizzando una lettura critica e gerarchica degli elementi presenti o cose di questo genere. Ecco probabilmente in queste prime fasi la fotografia riesce a rendere un'idea di come il territorio si presenta, quasi come fosse un appunto. Ma intanto ovviamente non può dire nulla sulle indagini statistiche. Diciamo che può dare delle suggestioni, dei suggerimenti, un feeling sulla situazione che si va ad affrontare. Chiaramente osservare qualche fotografia della Spina Centrale, anche se non la si è mai vista, dà un'idea del paesaggio che si può incontrare. Si percepisce che si sta parlando di architettura contemporanea e di quale tipo di contemporaneo. Quindi direi che la fotografia dà dei contributi di tipo suggestivo utili a livello base anche solo effettuando degli scatti casuali. Se poi si pratica la fotografia e la si adopera con una volontà legata alla sua capacità di restituzione visiva, quindi con un'intenzione, allora questi scatti perdono la spontaneità, caratteristica delle suggestioni che ognuno di noi può ottenere prendendo in mano una fotocamera, e diventano delle opinioni, si possono chiamare delle letture. In questo senso è esattamente come mandare sul posto uno scrittore e, in seguito, leggere un testo scaturito dall'esperienza da lui avuta sul posto. Chiaramente sarà un testo parziale, e quindi opinabile, però un lettore allenato può estrarre da quello scritto delle indicazioni utili per capire, per avvicinarsi a ciò che si può trovare in quel luogo.

Quindi questi sono discorsi di cautela. Direi che in questi ambiti la fotografia è chiaramente molto utile perché nessun racconto verbale può dare, per quanto ben eseguito da un bravissimo Gustave Flaubert, una reale restituzione visiva, un'immagine bidimensionale delle cose, mentre la fotografia questo può darlo. Poi ha un altro grande vantaggio, sempre usando la letteratura come paragone, infatti per quanto la fotografia sia una costruzione formale, guardando un'immagine si ha subito il tutto a differenza di quello che accade con un testo che non si può acquisire immediatamente nella sua interezza. Osservare una fotografia è un po' come avere un libro di cento pagine tutto aperto davanti agli occhi e, in quel preciso momento lì, leggere tutto il testo in un istante. Chiaro che non se ne capirebbero tutti i passi fondamentali però, dopo averlo letto tutto in un secondo, con uno sguardo solo, si possono andare a cercare le pagine che interessano. La fotografia ha questo potere, come lo possiedono la pittura e le altre forme di arte visiva, possedendo inoltre il vantaggio, rispetto a queste ultime, di ottenere questa immagine da una traccia che rimane depositata dalla situazione di fronte alla quale si è posizionata la fotocamera.

Inoltre i vantaggi sono direttamente proporzionali alla competenza del mezzo posseduta dalla persona che viene a contatto con la fotografia. Una fruizione ingenua della fotografia, simile a quella che si può avere della televisione, può portare invece a dei forti pericoli di condizionamento. Si possono fare delle fotografie in un certo modo al fine di ottenere, da un pubblico non attento e non preparato, certe reazioni esattamente come uno scrittore tendenzioso può descrivere gli avvenimenti sotto una luce tale per cui, anche senza dire falsità evidenti , presenta la situazione in modo distorto, secondo un'ottica magari sfavorevole alla situazione stessa. Questo meccanismo funziona al meglio con le persone che hanno un rapporto näif con lo strumento. La fotografia si porta dietro (e se lo porterà sempre) un moto istintivo di fiducia da parte delle persone. Cioè, per quanto negli ultimi anni i più acculturati si affannino a parlare di falsità, di inadeguatezza di verosimiglianza invece che di verità, chiunque di noi, che sia o meno dentro a questi dibattiti, istintivamente, quando si trova davanti alle foto del proprio pupo, non si ricorda più dei libri che ha letto, ma tende a dare un carico di fiducia estrema a quello che vede. Avviene un gesto concettuale di tipo sostitutivo: quando si guarda la foto del pupo non si parla della foto del pupo bensì del pupo stesso. Quindi immediatamente si scatena un meccanismo di identità che è quello che provoca il fraintendimento.

Direi, in conclusione, che la fotografia può essere usata sia per analizzare le caratteristiche di un luogo sia per creare una falsificazione voluta di queste. Può dunque essere utilissima per accompagnare dei dati statistici, delle relazioni, integrandoli con una restituzione di ciò che effettivamente si può vedere. Può però anche essere tranquillamente adoperata all'incontrario. Non è certamente uno strumento che si possa usare per aumentare la dose di sicurezza e di veridicità di quello che si sta dicendo, questo no.


Nella precedente risposta si è sfiorato il concetto del taglio fotografico: il fotografo racchiude nello scatto una parte del soggetto e ne taglia un'altra. la scelta dell'inquadratura è un tema trattato anche nell'introduzione dell'ultimo libro di Basilico (Scattered City). L'autore interpreta questa scelta (decidere cosa inserire e cosa non inserire nella fotografia) come un'idea di presenza-assenza, come un rimando continuo. Afferma che la fotografia riesca a rendere la relazione uomo-ambiente e descrivere o accennare anche quello che non è compreso nell'inquadratura più che la pittura.

A Savignano* mi è capitato di vedere grandi immagini di luoghi che non ho mai visitato, a firma di Basilico. Quelle fotografie mi hanno restituito la sua esperienza di quei luoghi, che è un'esperienza profondamente ordinatrice. La ricerca di un ordine è ai miei occhi il suo maggior pregio come autore. Anche in questo suo progetto più recente, dove l'osservatore è messo di fronte a quello che si può definire l'indifferenziato urbanesimo mondiale nel quale sembriamo ormai completamente immersi, compie due scelte fondamentali.

La prima è quella del punto di vista. Credo che Basilico occupi gran parte del tempo ad individuare il punto di vista più adatto a fissare l'esperienza che quel luogo gli restituisce. Dopo di che, decide da questo punto di vista cosa tenere e cosa buttare. Quest'ultimo è il lavoro della scelta dell'inquadratura. Mi pare, per quello che penso di capire io del suo lavoro, che Basilico tenda a focalizzare nell'inquadratura un buon punto di attacco, cioè un elemento, una soluzione formale, un ambito, una prospettiva che diano una sensazione di ordinamento, anche solo in via ipotetica, di quanto viene ripreso, suggerendo le relazioni possibili con quanto rimane al di fuori. Quest'ultimo aspetto ho potuto apprezzarlo molto bene su Torino perché facendo Olimpia negli stessi luoghi dove anche Basilico ha fotografato ho constatato la differenza tra come affronto io le situazioni e come lo ha fatto lui.

Il problema, a mio avviso, di una simile impostazione risiede nel fatto che finisce per costituire una specie di reticolo universale indipendente dai luoghi. Dovunque si può trovare un muro quadrato, dovunque si può posizionare la fotocamera per vedere le strade a 45 gradi un po' dall'alto. Si crea così una specie di catalogo di soluzioni formali che si possono riconoscere sul territorio e applicare. In altre parole, quando si è nel luogo si comincia a selezionare una griglia personale, la si applica e il lavoro è finito. Si crea insomma una sorta di linguaggio pre-costituito per l'analisi del paesaggio e delle situazioni in cui ci si può venire a trovare.

Per evitare il rischio su scritto, trovo produttive alcune esperienze che stanno portando avanti altri fotografi e che sono orientate verso la visionarietà. Per esempio c'è un fotografo tedesco, Peter Bialobrzeski, che ha fatto un lavoro sulle città asiatiche che ho visto di recente**. Sono immagini notturne di metropoli del Sud est asiatico con una grossa alterazione della luminosità in quanto sono immagini molto sovraesposte, un po' vicine a quelle che faceva Olivo Barbieri all'inizio.

Bialobrzeski crea una sorta di meraviglia, cioè compie un tentativo di stravolgere il tessuto urbano creando una visionarietà. Questo non aiuta a rappresentare effettivamente il paesaggio, nel senso che il luogo visto in un contesto differente o anche nello stesso contesto di fianco al fotografo, ma da altri occhi, non esprimerà gli stessi valori. Nello stesso tempo però, questa visionarietà ci allontana dal problema di avere un rapporto troppo metodico col luogo stesso.

Il lavoro diventa un andare in un luogo per esperirlo e valutarne le potenzialità visionarie. Un simile approccio certamente non si potrà considerare un rilevamento analitico, in quanto non è certamente affidabile da questo punto di vista. Però la fotografia sarà forte perché conserverà una delle caratteristiche secondo me fondamentali nell'immagine: una sorta di sua autonomia espressiva, al di là del soggetto. Mi spiego meglio: nella storia della fotografia noi ricordiamo autori per non più di 10-20 immagini ciascuno, ma questi non ne hanno prodotte solo così poche (ad esempio Gianni Berengo Gardin, che è un autore molto prolifico, ha un archivio enorme). Ciò significa che, in un mondo nel quale abbiamo una sorta di rumore di fondo prodotto dalle tantissime immagini che di continuo passano davanti ai nostri occhi, l'unica maniera di ottenere attenzione è produrre un'immagine che abbia una sua forte autonomia concettuale, formale ed espressiva. Se la fotografia aggancia lo spettatore, e attira la sua attenzione, allora è anche in grado di passargli le informazioni che contiene, quelle legate all'esperienza del luogo. Se ciò non accade, si rischia che la fotografia rimanga sommersa nel rumore di fondo.

C'è ancora un elemento da considerare. Ad una prima impressione superficiale si potrebbe dire delle metropoli contemporanee: "Beh, vista una viste tutte: Buenos Aires sembra Madrid, sembra Torino, sembra Parigi". Andando però più a fondo nella questione si vede come, nonostante ci si trovi magari di fronte allo stesso tipo di McDonald o grande magazzino, le differenze ci sono e sono molte. Questo probabilmente nasce dal fatto che le forme, a seconda delle culture, assumono comunque un loro vernacolo, cioè un dialetto locale che sembra sopravvivere alla globalizzazione. In questo senso, il fotografo può essere non tanto un portatore di ordinamenti precostituiti o visioni personali, ma una persona disponibile a farsi attraversare. Diventa insomma un mediatore tra quella che comunque è la sua visione e l'esperienza che fa in quel luogo lì. Se questo cortocircuito funziona bene si può produrre una fotografia contenente un elemento che, secondo me, deve sempre esserci: una certa meraviglia, un po' di stupore per le cose. Se questo accade, significa che si è trovata quell'autonomia, quell'unicità che consente ad una fotografia di essere guardata, osservata e poi interiorizzata. Non si deve, a mio avviso, dimenticare che il processo visivo è un processo pre-razionale: l'immagine ha sempre accompagnato la magia e quindi deve, prima di tutto, affascinare. Dopo di che, se la fotografia osservata è riuscita ad incantare lo spettatore allora può anche trasmettergli dei concetti. Questo è il problema che ha di fronte adesso la fotografia, secondo me.



Intervista realizzata da Giacomo Chiesa il 5 ottobre 2005.
La trascrizione della registrazione fa parte della sua tesi di laurea intitolata "La fotografia della città comune", discussa nel dicembre 2006 alla Seconda Facoltà d'Architettura del Politecnico di Torino.
La versione pubblicata su questo sito è quella riveduta e corretta da Fulvio Bortolozzo il 4 gennaio 2006 nel rispetto complessivo del pensiero sviluppato all'epoca.


* a Savignano sul Rubicone si svolge ogni anno, a metà settembre, uno degli incontri del mondo della fotografia italiana. Si svolgono letture di portfolio, dibattiti e vengono allestite una serie di esposizioni dei lavori recenti dei maestri della fotografia italiana.
** Tigri di luce, progetto realizzato da Peter Bialobrzeski e pubblicato in Italia da Contrasto nel 2004.

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