M A P
P E N O T T U R N E
Da un
po' di tempo faccio un sogno. Sogno un posto. Una strada, un palazzo,
una piazza; poi svolto l'angolo e un'altra piazza, una strada, un
palazzo. Cammino, osservo, provo a riconoscere. C'è una sensazione
di familiarità di fondo, eppure è tutto sconosciuto. Le strade, i
palazzi, le piazze sono di una città, una città che non ho mai visto
però, disabitata, ma soprattutto nuova, come se fosse stata appena
scartata, con ancora addosso quell'odore di quando si toglie il cellophane
alle cose. Tutto pulito, vergine, non toccato; mette disagio camminarci
o toccare. È un satellite fuori nel buio dello spazio, illuminato
artificialmente, che dà l'idea di essere stati catapultati in un plastico
a dimensioni umane o in un videogioco. Una città non ancora fatta
di carne, ma appena consegnata, che non ha ancora ferite, macchie,
odori. Non ha memoria.
È un sogno
strano, come quando hai un luogo ricorrente nella tua dimensione notturna
parallela, dove ritorni spesso per proseguire altre storie. Un po'
ti angoscia, però ti manca, sei contento quando lo ritrovi.
A volte
il sogno lo faccio di giorno, anche se non mi sembra di addormentarmi.
Forse chiudo gli occhi e parto. Comunque ad un certo punto sono di
nuovo lì, sola; ci passo, mi sento un'estranea, una delle prime ospiti.
Eppure con un bisogno di possesso che mi muove, come se avessi un
buco nella mappa del cuore, che si è aperto all'improvviso e devo
chiudere. Una cartografia della mia quotidianità da aggiornare. Dopo
esserci stata ormai tutte queste volte sento che sta diventando "la
mia città", eppure non lo è ancora.
Olga
Gambari
(testo
scritto per la prima esposizione della serie OLIMPIA: 15-28 febbraio
2006, Pol!femo, Milano) |