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Con questo intervento su Rodchenko, inizia una nuova serie di
scritti pensati appositamente per Mocambo.
Mocambo è una webzine autoprodotta per passione
e rivolta ad altri appassionati. Questo fatto ci esime dal competere
con le recensioni delle riviste di settore, per cui si è rinunciato
consapevolmente a confezionare un testo critico ed informativo, a favore
di un più sciolto e colloquiale commento. Il parere, insomma,
di un avventore in vena di far due chiacchiere con gli amici,
sorseggiando, in questo caso, una vodka lemon.
(Fulvio
Bortolozzo)
Aleksandr
Rodchenko 1891-1956
(fotografia e grafica)
La
voce di Carmelo Bene,
cantilenante ed ipnotica mi accoglie nelle
sale della Fondazione, prima ancora che possa scorgere la prima fotografia
di Rodchenko. Proviene da un videotape che gira su un piccolo monitor
in un angolo. Per tutto il resto della visita quella voce contribuirà
ad aumentare la commozione del ritrovarsi insieme ad Aleksandr Rodchenko.
Prima
che fotografo, Rodchenko fu pittore e grafico, fece parte del movimento
costruttivista capeggiato da Tatlin e visse intensamente, e da protagonista,
gli anni che seguirono i *dieci giorni che sconvolsero il mondo*.
Nel 1921, quando aderisce al gruppo di Tatlin, è un trentenne
che pensa veramente alla possibilità di coniugare arte e vita
per la costruzione di un mondo nuovo, socialista e solidale. Una umanità
che si lasci alle spalle tutti i retaggi del passato ed inventi giorno
per giorno il suo luminoso futuro. La fotografia è per lui nient'altro
che
un'arte nuova, audace, in grado di sovvertire tutte le accademie. Le
prime fotografie degli anni '20 sono delle proiezioni dirette delle
sue esperienze grafiche. Quella grande grafica rivoluzionaria
che seguendo la lezione di El Lissistky si cimenta nella produzione
degli stampati sovietici. L'artista deve uscire dal suo atelier e impugnare
gli strumenti del lavoro quotidiano, per contribuire a creare un'avanguardia
illuminata in grado di dare al popolo la *futura umanità* promessa:
nuove riviste, nuovi manifesti, nuovi films, nuove case, nuovi mezzi
di trasporto, tutto nuovo e fatto al massimo delle capacità progettuali
e produttive di un'intera generazione. Illusione generosa che l'avvento
di Stalin, avrebbero spazzato via.
Nella
mostra, che la Fondazione ha coprodotto con il Musée National
Fernand Leger di Biot, tutta questa tragedia artistica è presente,
anche se solo ad un occhio attento ed erudito sui fatti. Lo svolgersi
triste degli eventi è tutto lì, davanti agli occhi del
visitatore. Dalle prime emozionanti fotografie con le loro ardite prospettive,
passando per gli intensi ritratti di compagni e amici, sino alle stanche
riprese fatte alle manifestazioni sportive staliniane, senza più
l'estro di un tempo e nemmeno l'energia visionaria che una Leni Riefenstahl
manifestava, in quegli stessi anni, a Berlino.
Fondazione
Italiana per la Fotografia
via Avogadro 4, Torino
(tel. 011.544132 - Email fond.foto.stampa@libero.it)
Ingresso: Intero Lire 10.000; ridotto: Lire 7.000
Orario:
15.00 -19.00 dal marted́ al venerd́
10.00 - 19.00 sabato e domenica
Dal 16 novembre al 14 gennaio 2001
(Fulvio
Bortolozzo, 16 novembre 2000)
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